Distillato Fantasy

24.07.2018

Qualche tempo fa ho partecipato a un gioco di scrittura. Scegliemmo insieme il genere, fantasy, e il sottogenere, epico. Eravamo in tredici e dopo poco più di due turni decidemmo insieme di terminare il gioco: troppa fatica dipanare ogni volta i fili una storia arricchita, prima che arrivasse il nostro turno, dalla fantasia di altre dodici persone; troppo grande l'impegno da rispettare, da conciliare con tutti gli altri impegni, più terreni e impellenti e concreti. La storia è rimasta lì, incompiuta, in uno dei tanti gruppi di Goodreads. Oggi ho riletto i due paragrafi che avevo scritto e li ho trovati affascinanti, molto evocativi. Perciò li ripropongo qui, perché dopotutto sono come fotografie - bastano a se stessi, anche estrapolati dalla storia di cui facevano parte - e perché sono la cosa più squisitamente fantasy che abbia mai scritto. 

#1

"Sul tuo regno cadrà profondo il gelo..."

Incapace di credere ai propri occhi, Kahra si era arrampicata sulla torre più alta del castello e fissava quell'alba incolore, i grandi fiocchi di neve che scendevano, silenziosi e implacabili, sui tetti della Capitale. Il suo respiro affannato diventava nebbia, le sue mani si stavano gelando, ma il gelo più profondo era dentro di lei: la notizia della fuga di Bouldrin, la sua improvvisa lontananza, le avevano scatenato un turbamento inaspettato, inspiegabile, un senso di vuoto troppo simile al rimpianto, perché potesse ignorarlo. Possibile che io... abbia bisogno di lui? Di averlo vicino, sotto i miei occhi e il mio controllo, come una qualunque... madre?

La voce dei suoi pensieri aveva caricato quella parola di disprezzo. No, non lei. Non aveva mai desiderato diventare madre. Ancora poco più che una fanciulla si era servita dell'Inganno Oscuro per rendere la propria bellezza irresistibile, per sedurre nient'altri che il Re.

Di Gordwin aveva amato il rango, la ricchezza, che l'avevano strappata per sempre a una vita miserabile, ma anche la misura del potere che aveva avuto su di lui, centuplicato nell'attimo stesso in cui gli aveva donato Bouldrin, l'agognato erede. Lo aveva messo al mondo solo per quello. Suo figlio era stato solo uno strumento, null'altro, come gli studi sulla natura, sui moti degli astri, sugli antichi dèi, che aveva condotto fin da quando conservava memoria, e che proseguivano adesso, nel palazzo impregnato di misteri che il Re aveva fatto rinnovare per lei, assecondando ogni capriccio con quel sorriso colmo di benevolenza che, fra i popolani, era divenuto quasi leggenda.

Ma il destino gioca strani scherzi. Lei, ora Strega e Regina allo stesso tempo, lo aveva intuito da subito, da quando quella creatura tremante le era stata affidata per la prima volta perché l'attaccasse al seno, dal primo istante in cui aveva fissato i grandi occhi neri di suo figlio, così simili ai propri: Bouldrin celava in sé un potere immenso, la sua mente e il suo spirito si dibattevano nei gorghi di un mare di magia quasi senza limiti. Per averne certezza aveva consultato Sarkeides, la sua vecchia maestra, in una fuga notturna nella foresta che Kahra ricordava ancora con terrore, perché aveva comportato il risvegliarsi dei ricordi dolorosi del suo duro addestramento.

"Ooohh," aveva detto la megera chinandosi sul viso del neonato, accarezzandogli la piccola bocca perfetta con un dito rugoso, terminante in un artiglio. "Hai visto bene, mia povera, sfortunata Regina, il tuo rampollo ha in sé le doti per diventare un grande Re, amato persino più di suo padre. Non mi stupirei se, negli anni, dimostrasse di possedere il più ambito dei doni magici, l'unico che non può essere appreso, né dominato."

La Preveggenza.

Kahra rabbrividì, lasciandosi attraversare dall'aria gelida che spirava attraverso la finestra a ogiva. Posò sul davanzale lo scrigno che teneva stretto al petto, lo aprì e tirò fuori il calice di Sarke. La luce del fuoco acceso nel camino lo illuminò, e in esso la Regina vide il riflesso dell'intera stanza, circonfuso di un alone dorato, che annebbiava i contorni. Compresi quelli dell'ombra nera annidata nell'angolo opposto, l'unica ad aver fatto ritorno, delle cinque generate nel patto di sangue. Le altre... qualcosa doveva averle annientate. Un potere benefico, luminoso. Bouldrin, sottratto agli occhi adoranti del popolo quand'era ancora un ragazzo, si era comunque guadagnato la fiducia di possenti alleati. Occorreva... approfondire il patto con l'Oscurità.

Ignorando il terrore profondo che l'ombra le incuteva con la sua sola presenza, Kahra si morse crudelmente le labbra fino a ferirle, lasciò che la bocca le si riempisse di sangue e sputò nel calice. Poi si voltò, senza osare muovere gli occhi in direzione della sua silenziosa compagna, e posò il calice sul tavolo tondo posto al centro della stanza, tornando poi subito ad affacciarsi alla finestra, a osservare il paesaggio imbiancato. Quella neve tardiva e ostinata era solo un capriccio degli dèi del cielo, ne era certa. Non aveva... nulla a che vedere con la profezia.

Alle sue spalle, l'ombra si avvicinò, raccolse il calice e ne bevve il contenuto, con un risucchio osceno, disgustoso.

Kahra, la gola strinta in uno spasmo involontario, attese qualche attimo e si voltò.

Il sangue aveva prodotto l'effetto desiderato. La creatura non era più un'ombra priva di contorni. Aveva le sue stesse sembianze, fin nel più piccolo particolare, fin nell'ultima piega del mantello disteso a terra. Guardarla era come specchiarsi nel buio.

"Va'," disse la Regina sollevando il mento, socchiudendo gli occhi in una spietata fessura. "Lasciati guidare dall'odore del mio sangue, che scorre in lui come in me. Trova Bouldrin."

La sua gemella si lanciò nell'apertura delle scale con uno svolazzo del mantello oscuro. Karha sperimentò per la prima volta la Comunanza: vide le strette scale di pietra con gli occhi dell'ombra, sentì nel suo cuore la determinazione che la guidava e cercò di appropriarsene, ma...

Cadde a terra, singhiozzando, stringendo al seno la mano ferita, sentendo, ancora più feroce, il vuoto e il freddo che l'assediavano. "Trova mio... figlio," ripeté. E si sentì come se avesse appena pronunciato una condanna contro se stessa. 

#2

"Venti chicche d'argento," mormorò Bjornhav. "La Kiz distrutta, i miei uomini persi, tutti tranne due, per soli venti pidocchiosi pezzi d'argento!" Aveva gradatamente alzato il tono, terminando la frase con un urlo poderoso. "Io sono un orso di mare, maledizione, non un dannato uccello! Navigo, non volo!"

Gesticolava talmente tanto da rischiare di cadere. Riken si voltò indietro, per posargli una mano sulla spalla e tentare di calmarlo. "Siamo terribilmente dispiaciuti, capitano. Non potevamo immaginare che la Regina..." Si bloccò di colpo, ammutolendo, accorgendosi di aver detto troppo.

"La Regina..." ripeté Bjornhav. "Lo sapevo: siete fuorilegge! E non venitemi a dire che questo... mostro volante è davvero vostra sorella!"

"Io so chi sono, Bjorn" disse Oswalz, uno dei marinai sopravvissuti. Stava anche lui a cavalcioni del drago, tenendosi aggrappato alle squame, il viso terreo. "Ieri notte, la donna-drago si è rivolta al ragazzo coi capelli neri chiamandolo principe. Stavamo trasportando il futuro re."

Futuro re... quelle parole colpirono Bouldrin come una stilettata, più fredda dell'aria che correva loro incontro. Stava scendendo la notte; presto, il Mare di Giada sarebbe stato un'unica, nera distesa. C'era solo il vento che gli fischiava nelle orecchie, e i lenti battiti d'ali di quel drago in cui aveva riconosciuto subito Marvina, senza sapere come. Così come ora sapeva dove fossero diretti. Una nave imponente, costruita in parte da ossa di drago, e col teschio di quest'ultimo a fungere da polena. Uno dei tanti, temibili, sfoggi di potenza di cui amava circondarsi sua madre.

"Di bene in meglio!" gridò Bjornhav. "Così adesso sono un fuorilegge anch'io!"

Il cielo era di un blu profondo, come una gemma preziosa.

"Se vivremo abbastanza a lungo..." sussurrò Bouldrin.

"Perché dici così?" chiese Riken, subito allarmato.

"Non so..." rispose l'altro. "La nave verso cui stiamo andando appartiene a mia madre. Io... l'ho vista. Ha un teschio di drago incastonato sopra lo sprone."

"Devono aver volato sulle onde, per essere già a tanta distanza dalla Capitale..." osservò il capitano. Conosceva la Draconia, naturalmente. Chiunque frequentasse il porto di Murnia la conosceva. Era il benvenuto della Regina. Dalle sue parti, al Nord, nei territori intessuti di magia, dove solo il manto dei Guardiani del Confine era più bianco della neve, la gente era superstiziosa e nessuno avrebbe osato nuocere a un drago. Ma la Regina ne esponeva lo scheletro come un trofeo. Bjornhav si sporse un po', per osservare il profilo del principe. Sembrava... solo un ragazzo come tanti, piuttosto gracile, prosciugato dalla prigionia. Eppure qualcosa, nello sguardo cupo fisso sull'orizzonte, qualcosa in lui era fuori dal comune.

Quasi avesse sentito il peso del suo sguardo, Bouldrin si voltò, facendolo trasalire. Ma sorrideva.

"C'è una speranza," disse. "Abbiamo degli amici, su quella nave. Almeno due."

Lontano, sul mare, le luci della Draconia già foravano la notte imminente, come stelle riflesse.


La storia completa, purtroppo incompiuta, si trova qui.